sabato 24 marzo 2007

7.3 Il Vaisesika e il Veda

Nel VS, la posizione circa il Veda riunisce elementi di tipo mīmāṃsaka e naiyāyika. Difatti, alcuni studiosi (per es. Dasgupta nella sua celebre Storia della Filosofia Indiana) hanno ipotizzato che il Vaiśeṣika abbia avuto origine da una scuola mīmāṃsaka.
Nell'aforisma 1.1.3 il Veda è detto essere autorevole in quanto esprime il dharma (come nell'aforisma 1.1.5 del Mīmāṃsāsūtra). In seguito, il sesto libro del VS è dedicato al dharma e mostra un approccio di tipo mīmāṃsaka, nel senso che fa dipendere il dharma dalle prescrizioni vediche. Tuttavia, nel primo aforisma di questo libro il Veda è detto presupporre un'intelligenza [che lo abbia composto], come per il Nyāya. Nei primi commenti al VS (in particolare a VS 2.1.18), gli autori del Veda sono detti essere i ṛṣi. Più avanti, si parlerà invece di Dio come autore del Veda.
Come già accennato, infatti, il Vaiśeṣika è inizialmente ateo, ma Dio vi viene successivamente (VIII-IX secolo, come per il Nyāya) introdotto come risposta a una mutata temperie culturale e perché permette di risolvere alcuni impasse evidenziati dagli avversari (Johannes Bronkhorst nel suo intervento in Rationality in Asia, 2001, ha espresso la tesi per cui l'introduzione di Dio nel sistema sia funzionale alla retribuzione karmica, che per funzionare secondo giustizia ha bisogno di un garante, ma è possibile che anche le obiezioni circa l'autorità del Veda abbiano avuto un ruolo in tale introduzione). Solo a questo punto della storia del Vaiśeṣika il Veda viene attribuito a Dio.
In che senso il Veda può avere autorità, se la Parola come strumento conoscitivo non è che inferenza? Come già più volte ricordato, il fatto che la Parola come strumento conoscitivo sia ricondotta all'inferenza non significa che questa non abbia valore conoscitivo. Significa solo che non ha un valore conoscitivo distinto. Da un certo punto in poi, la validità del Veda sarà inferita in base al suo essere opera di un autore esperto e affidabile, ossia Dio, un po' come per il Nyāya. I primi testi vaiśeṣiḳa, come abbiamo visto nell'interpretazione a) del cap. 7, sostengono invece che si possa inferire un determinato contenuto conoscitivo a partire dalla forma linguistica che esso ha nel Veda. Il linguaggio vedico sarebbe cioè di per sé significante, indipendentemente dall'autorità conferitagli dall'esterno da un autore. Si noti che in tal senso l'autorità del Veda sembra essere scontata, e anche questo avvicina il Vaiśeṣika alla Mīmāṃsā. Differenzia comunque le due scuole l'assunto mīmāṃsaka che il potere naturalmente significante del linguaggio è intatto nel caso del Veda, dove non ci sono interferenze umane, mentre può venir interrotto nella comunicazione ordinaria.

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